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E’ necessario che ci rinnoviamo in fervore
per maggiormente servirlo e che facciamo il possibile
per non essergli ingrati. Se ci dà i suoi tesori, è solo a patto che ne facciamo buon
uso, approfittando dello stato sublime in cui ci
mette; altrimenti ce ne spoglierà e ci
lascerà più poveri di prima per darli ad anime che li sappiano meglio
far risplendere, trafficandoli in proprio ed in altrui
vantaggio. Chi non sa di essere ricco, come può spendere
con larghezza e giovare ad altri? Data la debolezza della nostra
natura, se non ci si riconosce favoriti da Dio, credo che sia
impossibile aver animo per grandi cose.
Siamo così
miserabili e così portati alle cose della terra, che chi non è convinto di aver già un
pegno di quelle del cielo, ben difficilmente può staccarsi dal mondo
e disprezzarlo.
Con quei doni abbiamo pure
questa forza, che poi perdiamo con i nostri peccati
. Ma se non ci sentiamo in possesso di questo pegno
dell'amore di Dio, e non siamo animati da viva fede, non sarà troppo facilmente che riusciremo
a bramare di essere malvisti e disprezzati e
a praticare le grandi virtù
delle anime
perfette. La nostra natura è così
fiacca che non seguiamo se non ciò che ci colpisce al presente. Ne
viene così che quei favori servono pure a eccitare la fede
e a fortificarla. Può darsi
che, misera come sono, giudichi gli altri da me stessa, e che mentre io
miserabile ebbi bisogno di tanti aiuti, agli altri invece per
intraprendere opere perfettissime siano sufficienti le sole verità
della fede. A loro dirci come ciò avvenga, io non fo che obbedire, e
racconto quello che è avvenuto a me.
S. Teresa
d’Avila
, Vita
10,6.
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