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Ritorno dei Carmelitani a Ragusa

Per circa un ottantennio, ossia dall'anno della soppressione dei conventi e l'incameramento dei loro beni, non fu possibile ricostituire la comunità. Gli edifici conventuali erano stati adibiti a scuole, a sedi postali, a caserme, a carcere e persino ad uffici giudiziari. Infatti a Ragusa si parla ancora della Corte del Carmine (a curti 'o Carminu) della quale tuttora esiste il carcere, scavato nella nuda roccia sottostante. Malgrado tutto, malgrado non si potesse disporre di locali, intenso era il desiderio dei fedeli e dei Superiori dell'Ordine di avere in città anche i Padri Carmelitani, e non mancarono suppliche in tal senso, suppliche che, purtroppo, per vari motivi e per diverso tempo rimasero lettera morta. Forse si ritenne che i tempi non erano maturi né che la situazione lo permettesse. 

Ma subito dopo la guerra 1939-1945 si afferma il proposito di ricostituire il Carmelo maschile nell'isola. Certamente in questo dovettero giocare le pressanti richieste delle Carmelitane di Ragusa, le loro preghiere, e lo stesso Padre Generale, p. Piertommaso della Vergine del Carmelo (+ 1946), il quale informò il Definitorio della Provincia Veneta, illustrando quanto fosse necessario il Carmelo in Sicilia. Egli aveva fatto un viaggio nell'Isola, aveva visitato i Carmeli che ivi esistevano, quelli di Ragusa, di Chiaramonte Gulfi, di Vizzini (trasferito poi a Catania), di Enna; si trattava di monasteri di carmelitane scalze, e se queste avevano trovato indisturbate il loro spazio perché non rifondare i conventi dei Padri carmelitani? Sulla base di questi accertamenti, con lettera del 25 settembre del 1946 scrive al Definitorio della Provincia Veneta, che a quell'epoca era la più numerosa, facendo rilevare il bisogno di Padri che c'era in Sicilia e incaricando la Provincia a provvedere in merito. Ma il Padre Provinciale, p. Tarcisio, voleva essere sicuro, prima di procedere, e preferì accertarsi de visu. Così, in compagnia di p. Angelo, visitò le Diocesi siciliane e si rese conto che era possibile riaprire i conventi di Carlentini, Avola e Ragusa, allora facenti parte della diocesi di Siracusa, il cui arcivescovo si dichiarò pronto a cedere le chiese ove officiare.

Soddisfatto dei risultati della missione, informò il Definitorio, il quale si pronunciò positivamente: la Sicilia avrebbe avuto dei conventi di carmelitani scalzi, che però avrebbero dovuto far parte della Provincia Veneta. Tre, quindi, i conventi da "rifondare": Carlentini, Avola e Ragusa ove c'erano migliori occasioni per non far morire l'iniziativa; unica condizione: quella di fondare per primo il convento di Carlentini. Ciò non importò granché, che venissero prima o dopo ormai l'arrivo dei Padri era sicuro.

A Ragusa il lavoro era il più facile, in quanto l'arcivescovo si era impegnato a cedere ai Padri la vecchia chiesa del Carmine, che era stata dei Carmelitani di stretta osservanza e che dalla soppressione del 1866 era retta dal clero secolare. Con rescritto del 30 agosto 1946, la Sacra Congregazione dei Religiosi autorizzava l'erezione canonica delle comunità di Avola, Carlentini e Ragusa, inviando per tutti e tre i conventi dodici religiosi e tre fratelli, scelti con cura "tra i migliori elementi della Provincia" (Gianninoto). E che fossero i migliori lo dimostra la loro attività, in circa dieci anni fondarono in Sicilia ben sette conventi: Ragusa, Carlentíni, Avola, Palermo Santa Teresa, Palermo Madonna dei Rimedi, Catania, Enna e successivamente Trappeto (1970) e Locomonaco (1982).

Il 28 settembre del 1946 giunsero a Ragusa Padre Casimiro del Preziosissimo Sangue (superiore), Padre Pasquale del SS.mo Sacramento, P. Paolo di S. Teresa e fra' Silvestro di San Giovanni della Croce. Il giorno dopo fu una giornata stupenda e per i religiosi e per la popolazione ragusana, che non aveva mai visto i figli di Santa Teresa e per di più col mantello bianco sopra il saio. Nella chiesa dei Carmine, inverosimilmente piena di fedeli, al discorso di prammatica, fatto dal parroco della Chiesa di San Giovanni Battista, Mons. Carmelo Canzonieri, Padre Casimiro rispose con parole garbate e specificando che quei quattro carmelitani non erano venuti per conquistare o far soldi, ma lo erano per ubbidienza, e, sopra ogni cosa, per lavorare per la gloria di Dio e per ravvivare il culto della Madonna del Carmine.

L'arcivescovo di Siracusa aveva mantenuto la parola: aveva ceduto la chiesa, ma null'altro poteva fare pur sapendo quali fossero per il momento le necessità più urgenti della piccola Comunità, la quale, venendo a Ragusa non aveva trovato che la chiesa, ormai vetusta, un piccolo oratorio e un breve corridoio, che fungeva da sagrestia. Non c'era tanto da scialare: il gruppetto dei padri era molto povero e per tirare avanti, anche alla meno peggio, il minimo indispensabile dovevasi comunque realizzare. Malgrado ciò, grazie all'iniziativa dei Padri, il culto del Carmelo rifiorì in modo entusiasmante. Purtroppo anche se il popolo rispondeva con devozione e fervore, le offerte erano di poca entità, ché la maggior parte dei fedeli era gente del popolo, priva di grandi mezzi finanziari. Dopo un soggiorno di parecchi mesi nella foresteria del convento delle Carmelitane Scalze, visto che i locali del vecchio convento erano occupati dal Liceo-Ginnasio, Padre Casimiro si presentò al Sindaco di Ragusa per chiedere aiuti e una casa. Era un caso imbarazzante, quello, per gli amministratori comunali: vennero formulate diverse proposte, ma l'unica che venne scelta e accettata perché più facilmente realizzabile, fu quella di fare alloggiare i frati in un albergo cittadino!

Per sette mesi, come dicevamo, i monaci preferirono alloggiare nel convento delle carmelitane, ma essendo questo ubicato molto lontano dalla chiesa del Carmine, comportava un tragitto abbastanza lungo. Per ovviare a questo inconveniente un vecchio agricoltore, tale Giovannino Ottaviano Gentile, offrì ai Padri la sua modesta casetta: tanto, lui viveva in campagna e per qualche tempo non aveva bisogno del locale. Meglio che niente per i Religiosi: posta l'abitazione in Via Arancio, consentiva meno sacrifici e perdita di tempo. Per due anni i Monaci abitarono in quella catapecchia, ma un brutto giorno il vecchietto, non potendo vivere per l'avanzata età ancora in campagna, richiese la restituzione della sua dimora. Il vecchio problema dell'alloggio ritornò nuovamente sul tappeto. Padre Casimiro si ripresentò al sindaco proponendo che si cedesse alla sua Comunità almeno l'aula magna del Liceo. Il Consiglio Comunale approvò la proposta, ma il religioso dovette fare, i conti con la burocrazia.

Stanco di far solleciti, di implorare, di esporre tutte le sue ragioni e le impellenti necessità che l'assillavano, il 27 dicembre del 1948, esasperato, fece aprire a fianco della chiesa del Carmine una porta che immetteva nell'aula magna, e nel contempo fece chiudere le porte che immettevano nel corridoio del Liceo. Si scatenò la tempesta: i giornali locali di sinistra ne dissero di cotte e di crude sulla "scalata" di Padre Casimiro; il preside, poi, privato di un locale, faceva per quattro. In conclusione, tutti avevano ragione, però per i Padri fu una lunga odissea, che terminò quando la Regione Siciliana concesse otto milioni per ingrandire l'edificio scolastico e lasciare l'aula magna ai monaci. A lavoro compiuto il preside non fu soddisfatto del risultato: ì nuovi locali non erano adatti alle necessità sue e della scuola; così il nuovo fabbricato venne ceduto ai Padri (siamo nel 1950), i quali poterono disporre di una celletta personale, giusto come prescrive la Regola. La conclusione della vicenda fu che, se per il preside i locali non erano stati idonei, i Padri, apportando modifiche e arrangiandosi alla meno peggio, nel luglio del 1951 potevano inaugurare i nuovi locali ricavati dagli scantinati: un vasto refettorio con annessa la cucina. Una volta realizzato questa sorta di conventino, Padre Casimiro ne pensò un'altra, più grandiosa e più utile: costruire una nuova chiesa. Benché restaurata, la vecchia non era adeguata-a contenere un nutrito gruppo di fedeli. Bisognava un nuovo edificio chiesastico, tanto più che S.E. Mons. Francesco Pennisi vescovo di Ragusa (divenuta diocesi nel 1950) aveva elevato il "Carmine" a santuario mariano.

L'aspirazione del Superiore Carmelitano veniva così a realizzarsi. Aveva voluto la chiesa elevata a santuario mariano, ed era stato accontentato; voleva che il santuario fosse degno di tale dignità e quindi bisognava costruire una chiesa più moderna e più ampia; e anche questo suo sogno si tradusse in realtà. Sì affidò il progetto della nuova chiesa al giovane architetto Mancini e si cominciò a lavorare con tutta lena. Colpito da un terribile male, l'architetto non poté vedere realizzato il suo progetto: fu il suo amico architetto ing. Enzo Zacco a portarlo a termine. Visto come isolato, l'edificio nuovo della chiesa, con la vicina stele eretta alla Madonna, costituisce un non disprezzabile esempio d'arte moderna; ma con le sue travi in cemento armato, i suoi corpi avanzati nel contesto delle case circostanti e all'edificio del convento, che andate via le scuole venne restituito tutto ai Padri, si presenta in modo discutibile. Ma cosa fatta, capo ha, si dice e si deve accettare la realtà così come essa si presenta: anche se al santuario edificato in calcestruzzo avremmo preferito l'antica chiesa, più piccola ma sempre ampliabile, in armonia col contesto della piazzetta e degli edifici che la circondano.

Padre Casimiro lavorò tanto per questo "suo" santuario. Seminò a piene mani, accolse tanta gioventù, gli apostolini, pubblicò un giornalino "Il Carmelo Teresiano", diretto da p. Teresio Judice. I suoi successori, non meno degni di lui, hanno raccolto a piene mani l'opulenta messe. Il Santuario prospera, è abbastanza frequentato dai fedeli del "Carmine" e di Santo Spiridione, è diventato anche sede del T.O.C.T. Il desiderio e le aspirazioni del "rifondatore" p. Casimiro, sono state completamente realizzate. Adesso Egli riposa là, nella "sua" chiesa, sempre vicino ai suoi antichi penitenti e ai ragusani che con tanto amore e cura accolse sin dai primi giorni dei suo arrivo dal lontano Veneto.


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